Ghetto ebraico di Roma, cosa vedere e dove mangiare

Istituito nel 1555 da papa Paolo IV, il ghetto ebraico di Roma è uno dei più antichi al mondo.
Il termine prende il nome dalla contrada veneziana che ospitò il primo insediamento di ebrei in assoluto: nella zona aveva sede una fonderia di ferro che i locali chiamavano ghèto.
Il quartiere, che ha mantenuto molta della sua autenticità, si snoda intorno ai resti del Portico d’Ottavia. Il complesso monumentale, costruito nel II secolo a. C., racchiudeva i templi di Giunone e di Giove, la Curia e due biblioteche. Ma tra il 27 ed il 23 a.C fu completamente riadattato da Augusto, che lo dedicò alla sorella Ottavia.
Dal Medioevo fino al 1885, la zona fu utilizzata come mercato del pesce: da qui prende nome la piccola chiesa edificata nelle strutture del Portico, dedicata a S.Angelo in Pescheria.
Su uno dei pilastri all’esterno dell’edificio è affissa una targa in pietra dove si afferma che, se un pesce era più lungo della targa stessa, i mercanti dovevano regalarne la testa ai funzionari cittadini.
Al di là del Portico, si può scorgere quello che a molti sembra una copia in piccolo del Colosseo anche se venne edificato 83 anni dopo: il Teatro di Marcello.
La costruzione fu avviata da Giulio Cesare per oscurare la fama del Teatro di Pompeo, suo storico avversario politico, ma venne portata a termine da Augusto che lo dedicò al suo nipote preferito, Marcello, figlio della sorella Ottavia. Con una capienza di 20.000 posti, fu spesso restaurato in seguito a incendi e terremoti. Nel 365 fu in parte demolito e le sue pietre furono utilizzate per restaurare il ponte Cestio.
Percorrendo via del Portico d’Ottavia e girando in vicolo della Reginella, si arriva a Piazza Mattei dove si può ammirare la famosa fontana delle Tartarughe.
Costruita nel Cinquecento da Giacomo della Porta, mostra quattro fanciulli che alzano le braccia per aiutare alcune tartarughe a tuffarsi nel catino superiore.
Si racconta che le statue bronzee furono realizzate da Taddeo Landini in una sola notte su commissione del duca Mattei che, avendo dilapidato al gioco il patrimonio e rischiando per questo di perdere anche la fidanzata, volle dimostrare così al padre di lei di poter ancora realizzare grandi imprese.
Le tartarughe vennero aggiunte nel 1658 da Gian Lorenzo Bernini, durante il restauro effettuato al tempo di papa Alessandro VII Chigi, e furono oggetto di ripetuti furti. Quelle attualmente visibili sono copie delle tre tartarughe originali conservate nei Musei Capitolini.
Proprio sul lungotevere de’ Cenci, di fronte all’isola Tiberina, si trova invece la Sinagoga, luogo di preghiera ma anche fondamentale punto di riferimento culturale della città.
L’edificio venne costruito tra il 1901 e il 1904, dopo l’unità d’Italia (1870), quando Vittorio Emanuele II fece demolire e ricostruire il ghetto di Roma e concesse la cittadinanza agli ebrei italiani.
Ispirato a forme assiro-babilonesi, fu eretto tra i due maggiori simboli della ritrovata libertà romana: il Campidoglio, sede del Comune, e il Gianicolo, emblema delle battaglie risorgimentali.
Sul lato sinistro della facciata si possono ancora scorgere le cicatrici lasciate dall’attentato compiuto il 9 ottobre 1982 dai terroristi dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che causò il ferimento di 40 persone e la morte di un bambino di due anni.
Accanto alla Sinagoga, nel complesso monumentale del Tempio maggiore, è ospitato il Museo ebraico di Roma che racchiude l’eredità storica, culturale e artistica della comunità.
Nelle sette sale espositive, inaugurate nel 1960, si possono ammirare tessuti provenienti da ogni parte d’Europa, pergamene miniate, argenti romani del Settecento, marmi sottratti alla distruzione delle cinque sinagoghe.
Dall’inizio di dicembre 2014, nel museo è presente anche un tavolo interattivo che ricostruisce su tre dimensioni il ghetto di Roma com’era nell’Ottocento, prima che fosse demolito. Il progetto, realizzato grazie allo studio di dipinti, incisioni e documenti d’epoca, consente ai visitatori di “camminare” tra le strade del quartiere in un viaggio attraverso i secoli.
Passeggiando tra le vie del ghetto, costellate di botteghe e trattorie, è impossibile non aver voglia di assaggiare i piatti tipici della cucina ebraica.
Dallo storico Boccione, in via del Portico d’Ottavia, si possono sperimentare i dolci più caratteristici: la crostata con visciole e ricotta, i tortolicchi con mandorle e miele, i ginetti, le ciambellette e la pizza dolce farcita con uvetta e canditi. Nel tardo pomeriggio, qui si può trovare uno sfizio salato davvero speciale: semi di zucca caldi e ricoperti di sale.
In piazza Costaguti, invece, c’è l’Antico forno del ghetto, dove viene prodotto solo pane kosher (parola yiddish che significa “adatto”, “conforme alle regole religiose”), rigorosamente senza grassi animali e cotto in forni specifici.
Consigliata la treccia all’olio, che è il pane del sabato, o l’osso, uno sfilatino dalla consistenza croccante. Ma sono ottime anche la piazza bianca e rossa alla pala.
Nella trattorie più antiche del quartiere, come Piperno e la Sora Margherita, si possono provare i piatti storici della tradizione ebraico-romanesca. Primi fra tutti gli immancabili carciofi alla giudia, rovesciati e fritti, ma anche l’abbacchio, la trippa al sugo, le alici con indivia e la concia di zucchine marinate.